TESTI CRITICI

Sinestesie

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Paola Bacuzzi

Responsabile scientifico dell'Archivio Calderara

Luce

Bianco

Silenzio

Bellezza


Queste sono alcune delle parole che mi sono venute in mente guardando per la prima volta le fotografie di Luca Gilli. Immergendo lo sguardo nei suoi scatti, infatti, si rimane colpiti dal bianco, avvolti da una luce senza ombre, ma poco dopo l’occhio cerca i piccoli dettagli discordanti per colore o per texture che appaiono in tutta la loro bellezza. 

 

Quella di Gilli è una fotografia che lavora per opposizioni: una luce senza ombre che emerge da sovraesposizioni in spazi bui, una bellezza che fa capolino in luoghi abbandonati o comunque tutt’altro che appariscenti, una poesia che s’insinua tra le linee geometriche e rigorose degli spazi scelti, una personalità che si impone attraverso l’estrema discrezione del suo fotografo. 

È innegabile la consonanza di spirito tra questo fotografo emiliano e Antonio Calderara che ha fatto di queste parole il cuore della sua ricerca: “Vorrei dipingere il niente, quel niente che è il tutto, il silenzio, la luce, lo spazio. La geometria ridotta alla pura essenza del numero, quella geometria che più che la forma, esprime il valore del rapporto tra la forma e lo spazio che la determina”(1). Angela Madesani, curatrice della mostra, nel suo testo declina con grande perizia questa connessione tra i due artisti che, senza essersi mai conosciuti, con età, tradizioni, medium differenti lavorano sulla soglia tra il visibile e l’invisibile con una straordinaria consonanza di spirito. 

Come due anime affini.

 

Questa consonanza è emersa in modo ancora più evidente negli scatti che Gilli ha realizzato alla Fondazione Calderara, alcuni dei quali pubblicati nel catalogo della mostra.

Si è trattato di una vera e propria “sfida”: se il fotografo reggiano è solito scegliere spazi neutri, cantieri in via di costruzione o personalizzazione, luoghi non chiaramente connotati come centri commerciali, parcheggi (i cosiddetti “non luoghi hopperiani”), arrivando a Vacciago si è ritrovato in un luogo molto pieno e connotato, assolutamente personale e colmo di storia.

È stato affascinante assistere al processo creativo, vedere come Gilli, dopo un inevitabile “disorientamento” iniziale, abbia scelto di lasciarsi guidare dal luogo stesso, dialogare con gli spazi, con gli elementi architettonici o funzionali e non solamente con le opere esposte. 

Calderara emerge, come per altro è, come una presenza profondamente radicata nel luogo, nei muri, nelle scelte di dettagli, nel bianco alle pareti o negli elementi di arredo. 

 

Le superfici e i volumi, attraverso la sovraesposizione che cancella spigoli e confini, diventano quasi un’apparizione luminosa. Si tratta di un distacco dalle cose o piuttosto di un andare oltre le cose, di una ricerca dell’essenza delle cose stesse? Esattamente come Calderara che nella sua pittura astratta cercava di mostrare l’invisibile, quel tutto che sta sotto le cose, allo stesso modo guardando le opere di Gilli viene voglia di andare più in profondità che in superficie perché, come dice la Madesani stessa, il fotografo “ci spinge verso l’ignoto, verso altre possibilità della materia, della luce”(2).

Tra le pieghe di queste domande, nei cantieri in costruzione, negli spazi abbandonati, nei piccoli dettagli cui abitualmente non prestiamo attenzione ma “scelti” da Gilli emerge una bellezza che non ti aspetti, discreta eppure presente, una bellezza che ti sorprende, costringendoci a rallentare per un attimo, a rimanere in silenzio e guardare. Per questo motivo spesso osservando i lavori di Luca mi tornano in mente queste parole di Sbarbaro: “L’occhio guarda […]. È l’unico che può accorgersi della bellezza […] la bellezza si vede perché è viva e quindi reale. Diciamo meglio, che può capitare di vederla  […]. Il problema è avere occhi e non saper vedere, non guardare le cose che accadono. […] Occhi chiusi. Occhi che non vedono più. Che non sono più curiosi. Che non si aspettano che accada più niente. Forse perché non credono che la bellezza esiste. Ma sul deserto delle nostre strade Lei passa, rompendo il finito limite e riempiendo i nostri occhi di infinito desiderio”(3).


(1) A. Calderara in Pagine, Edition UND, 1973, Monaco, p. 13.

(2) A. Madesani, in questo volume, p. 18

(3) P. Sbarbaro, “Ah uno sguardo - dedicata a Paolini” in “Una domanda a cui non so rispondere”, a cura di F. Pierangeli, 30  giorni,         n.11, 2000.