TESTI CRITICI

Un musée après

Luca Gilli. Un musée après

Matteo Bergamini

Curatore, giornalista e critico d'arte, 

direttore responsabile del magazine Exibart e collaboratore per il settimanale D La Repubblica.

E poi, secondo me, la fotografia è sostanzialmente una narrazione in sequenza. Mentale. Certo, le fotografie si fanno una alla volta e vanno viste una alla volta, però io penso sempre a una specie di narrazione che continua oltre l’immagine singola (1).

 

Sono parole che Luigi Ghirri aveva scritto in occasione della sua lezione intitolata “Luce, inquadratura e cancellazione del mondo esterno”, tenuta nel febbraio 1990 all’Università del Progetto di Reggio Emilia.

Ghirri puntava l’attenzione non tanto sulla questione della serialità, né tantomeno ne faceva un problema di autorialità, ma insisteva nel solco della necessità di iscrivere ogni singola immagine in un percorso allargato, per far sì che anche attraverso la visione dell’unico si potesse arrivare a tracciare una storia “universale”.

Accade con la stessa lettura che George Didi-Hubermann, nel suo saggio Ninfa Moderna, dà al panneggio delle antiche vestali greche: l’indumento, ideale fronzolo classico, è oggi decaduto e si è trasformato in oggetto consunto e rigettato. Allo stesso modo però, tramite la sua indagine, si possono cogliere le allegorie e le forme simboliche della conoscenza occidentale. Come se, in poche parole, attraverso un vecchio straccio si potesse scrivere dell’esistenza del mondo come lo conosciamo, tra meraviglie e difficoltà. Così come, attraverso l’immagine di un particolare, fosse possibile ri-visualizzare i tropi della storia che vi sta alle spalle: poiesis. Capacità poetica.

 

Negli scatti di Luca Gilli queste condizioni sono evidenti attraverso due azioni che rispecchiano la natura dell’immagine fotografica, della sua scrittura con la luce: evocazione e documentazione.

Evocazione: invito a manifestarsi, rivolto a entità misteriose o latenti [...] Suggestione operata sulla memoria, sulla fantasia, sul sentimento.

Documentazione: il complesso delle attività e operazioni occorrenti per raccogliere e classificare materiale bibliografico, informativo, dimostrativo.

 

Passare da un’estensione minima (particolare) alla dimensione ambientale e viceversa, è una modalità che Gilli opera con disinvoltura, tracciando topografie di spazi densamente “popolati” da un’identità transitoria.

Anche nella serie Un musée après, girata tra le sale del Musée d'arts de Nantes la fascinazione è per quella che si potrebbe definire la costruzione di un paesaggio effimero, nell’atto di fissare il momento “prima del compiuto”; il fascino del work in progress congelato, di un “terzo paesaggio” temporaneo che tornerà ad essere vissuto. Si entra nelle sale inattraversabili del museo durante il restauro, si mette a fuoco l’invisibile, il “vietato l’accesso ai non addetti ai lavori” che contraddistingueva anche gli scatti realizzati durante la messa a punto del Padiglione della Santa Sede all’Expo di Milano, nel 2015, e del nascente Centro Commerciale a Baragalla, nei pressi di Reggio Emilia, nel 2017.

 

E anche stavolta il registro di Gilli, come è stato per le serie Incipit e Blank, si muove tra l’indagine di dettagli e di un “tutto campo”, scivolando sulle immagini senza interrompere il flusso poetico di ogni singolo frammento, la dimensione onirica e silenziosa che gli appartiene, spettralmente empatica [nell’accezione dell’apparizione talvolta livida, talvolta lattea].

 

Georges Perec scriveva: Vorrei che esistessero luoghi stabili, immobili, intangibili, mai toccati e quasi intoccabili, immutabili, radicati; luoghi che sarebbero punti di riferimento e di partenza, delle fonti […] Tali luoghi non esistono, ed è perché non esistono che lo spazio diventa problematico […] Lo spazio è un dubbio: devo continuamente individuarlo, designarlo. Non è mai mio, mai mi viene dato, devo conquistarlo (2).

Luca Gilli mi racconta: Al di là del progetto, ciò che per me è importante è l’esperienza diretta in loco, è entrare personalmente in una relazione fisica reale, possibilmente intima e profonda, con il soggetto [lo spazio, in questo caso], alla ricerca, probabilmente utopica, di quella tensione, di quell’energia ultrasottile che, assimilati studio e consuetudine, concetti e significati, si manifesta quando qualcosa tocca un suo punto estremo e lì abbandona tutto per essere quello che è.

Dal micro al macro Luca Gilli delinea l’ambiente evadendo il realismo fotografico, nonostante la riconoscibilità delle forme, riportando sempre lo spazio nella sua dimensione di unicum, anche temporale. Definendo, con la scrittura della luce, una fissità surreale e una temperatura “impressionista” dell’immagine: requisito d’alchimia.

Situando l’obiettivo di fronte al soggetto in una condizione di luce assolutamente piatta, con una esposizione lunghissima che permetta il dilatarsi e l’annullarsi della tridimensionalità, di ambiente e architettura, le fotografie di Luca Gilli così, pur nella loro precisissima identità, divengono altro rispetto all’essere “atti documentali” per progettisti o maestranze. Piuttosto labirinti per pensieri, spazi in-tatti, gioco di parole che ci serve ad identificare le immagini del fotografo seguendo il pensiero filosofico di Maurice Merleau-Ponty: i mezzi visibili con il quale il Mont Saint Victoire di Cézanne si fa montagna sotto i nostri occhi non sono reali, ma fantasmatici: luce e dunque colore, atmosfera, riflessi. Sono le “presenze” che compongono la visione di un occhio che, anatomicamente non è da dimenticare, vede al contrario, ma che attraverso l’imprendibile riesce a ricostruire con l’arte “l’essere melesco” di una mela e, nel caso di Gilli, l’identità di uno spazio accarezzabile dallo sguardo, ma imprendibile nella sostanza. L’infrasottile – scrive Elio Grazioli – indica innanzitutto ciò che è all’estremo della percezione, del discernibile […] una presenza al limite, un possibile ma reale, o una compresenza di due dati che “si sposano” (3).

 

Torniamo al nostro Musée. Porte, scale, finestre, pareti, soffitti, pavimenti, ascensori, corridoi: sono gli Elements of architecture che hanno composto anche lo studio del progettista Rem Koolhaas, prendendo corpo nell’allestimento della Biennale d’Architettura di Venezia nel 2014.

Scrive Koolhaas: L’architettura così come la conosciamo sta cambiando alla velocità della luce (4), investita da tecnologie, cambiamenti climatici, politica, economia ma, soprattutto, dall’uso sociale e dalla relativa identità che detiene nelle sue fondamenta. Il restauro dell’architettura è oggi non solo una condizione che appartiene ai “Paesi della storia”, ma un atto politico; il valore del museo, ancora, non si misura più soltanto nella pura esposizione di tesori, negli allestimenti e nel valore della propria collezione, ma anche nei servizi offerti che includono spazi di ricreazione, di apprendimento, di decompressione.

Gilli, nonostante l’aura fantasmatica, si pone – e come non potrebbe, la fotografia! – nella parte di testimone di un presente passeggero, di una transizione e una trans-azione (l’accordo tra le parti, quel che c’era - quel che verrà) in attesa dello scenario che contraddistinguerà questi spazi, ancora occulto.

Condizione, quella di un’analisi delle aree che compongono il tutto, che il fotografo riprende dalla sua formazione scientifica, e che diventa nel musée après un completo atlante di anatomia del corpo dell’ambiente le cui parti tendono all’incastro armonico, per la funzionalità di un domani.

La fotografia è sempre un escludere il resto del mondo per farne vedere un pezzettino (5). E chissà se domani il soggetto sarà ancora in grado di mantenere la poetica di ogni sua singola sezione.


(1)  Luigi Ghirri, Lezioni di fotografia, Quodlibet, Macerata 2010

(2) Georges Perec, Specie di spazi, Bollati Boringhieri, Torino 2004

(3) Elio Grazioli, Infrasottile, Postmedia Books, Milano 2017

(4) Rem Koolhaas, Elements of Architecture, Taschen, Milano 2014

(5) Luigi Girri, op.cit.