TESTI CRITICI

Plenum

Plenum

Marina Guida

Critica e curatrice

Perché non fate come me e vi sbarazzate di ogni pensiero come fosse vacuo?

Perché non fate come me e vi sbarazzate di ogni pensiero come fosse un legno marcio?

Perché non fate come me e vi sbarazzate di ogni pensiero come fosse un sasso?

 

John Cage, Silenzio, La Feltrinelli, 1971

 

 

La fotografia è sempre una rivelazione, di forme, di linee, di colori, di ombre, di pensieri latenti, di fantasmi della mente, e di desideri in potenza. È una scrittura particolare, che si sostanzia di luce, ma è anche, ed in qualche caso lo è veramente, una disciplina iniziatica, inaugurale di una diversa attitudine alla “visione”, che non è esclusivamente retinica e men che meno meramente cognitiva. Quella di Luca Gilli - artista emiliano laureato in scienze naturali - è fotografia iniziatica e, al tempo stesso, di sperimentazione, di modi e forme inattese e sorprendenti. In questa doppia mostra ospitata, prima nell’incantevole dimora che fu del conte Jacques d'Adelswärd-Fersen a Capri, e dopo nell’altrettanto imponente dimora regale della dinastia Angioina prima, e della dinastia Aragonese poi, a Napoli, il Castel Nuovo, - meglio conosciuto come Maschio Angioino - Gilli tesse il suo dialogo artistico, che è al tempo stesso scientifico e filosofico, con il concetto di “Plenum”, di aristotelica e cartesiana memoria. Nella sua teoria del “Plenum”, Aristotele descriveva l’universo come un’entità composta da particelle infinitesimali che non lasciano spazi vuoti tra le une e le altre. Anche nella teoria di Cartesio, lo spazio era descritto come totalmente occupato da una materia impalpabile ed invisibile che costituisce la sostanza del vuoto; concetto che Luca Gilli predilige in queste indagini fotografiche. Nel suo universo visivo si frammentano e ricompongono nella retina dell’osservatore - in schemi compositivi liberi - elementi eterogenei: forme architettoniche classiche o contemporanee, sedute in interni spogli, canaline elettriche, materiali edili di vario genere, oggetti residuali o quotidiani, completamente immersi in un’atmosfera sospesa ed onirica, che è al tempo stesso reale e metafisica. In queste opere, le ombre sono azzerate e gli oggetti sembrano fluttuare in un fluido invisibile, che ne avvolge la forma e ne struttura l’essenza. La luce diffusa ed eterea è la protagonista assoluta. Irrompe, in queste fotografie, la dimensione della sospensione, dell’attesa. L’artista fa proprio il campo di indagine che è venuto delineandosi - dagli anni ’50 in poi, con ogni probabilità grazie alla diffusione della filosofia Zen in occidente - con sempre maggior frequenza, nei lavori di alcuni artisti, ed indaga la costruzione del vuoto: dalla famosa composizione del 1952 di Jhon Cage 4’ 33’’, un brano che avrebbe potuto essere suonato da qualsiasi strumento musicale singolo o per orchestra, e che consisteva invece nell’evitare di suonare - la composizione infatti, era un’invito all’ascolto/percezione del suono rumore ambientale, fatto di colpi di tosse, respiri, scricchiolii, mugugni del pubblico spazientito e risentito - come lo stesso compositore ebbe modo poi di raccontare nel suo libro del 1961 “Silenzio”; alla mostra/sfida di Yves Klein “L'esposition du Vide” che si tenne dal 28 aprile al 12 maggio del 1958 presso la Galerie Iris Clert di Parigi, nella quale l’artista mise in scena il vuoto, il pubblico era invitato a percorrere la galleria priva di opere e a percepirne l’assenza; dalle tele dipinte con inchiostro invisibile di Gianni Motti;  all’ “Invisible Labyrinth” dell’artista danese Jeppe Heine, un labirinto invisibile, nel quale i visitatori per muoversi nello spazio vuoto, ricevevano istruzioni da una voce in cuffia; fino alle indagini spaziali di Rachel Whiteread, che nelle sue sculture all’inverso, letteralmente ha indagato e scolpito le forme del vuoto. Il silenzio dei luoghi, gli spazi in costruzione, il biancore soffice e diffuso che permea gli oggetti disposti negli ambienti con una sintassi fatta di luce e tempi lunghi di ripresa, sono i soggetti privilegiati dal fotografo emiliano, che compone per sottrazione, per eliminazione dell’inessenziale, seguendo la lezione del grande architetto e designer tedesco Ludwig Mies van der Rohe “Less is more” e prima di lui, il famoso intento programmatico di Michelangelo Bonarroti “la scultura si fa per via di levare e non per via di porre”. È proprio l’essenza della composizione, ridotta al grado zero del disturbo visivo, il luogo d’indagine privilegiato di Luca Gilli. Anche il suo modo di guardare e quindi di fotografare, si struttura “per via di levare”, da sempre principale viatico per raggiungere il nucleo puro della poesia e del sublime. “Levare” è l’imperativo categorico di queste fotografie, che non vogliono impressionare lo spettatore, ma sottraendo la narrazione, l’espressione e persino l’intenzione, si presentano con naturalità all’occhio dell’osservatore, e arrivano all’essenza dell’immagine, prescindendo qualsiasi intento retorico.

Come nel “kake sansui”, il giardino zen del tempio di Ryoan-ji di Kyoto, nelle fotografie di Gilli, più che i singoli elementi, sono messi in evidenza i campi di relazione tra gli oggetti, ed i loro accostamenti poetici e sorprendenti. Il fotografo entra nei luoghi, che siano dimore storiche, cave, edifici abbandonati o cantieri di fabbricati non ancora ultimati, e si mette in ascolto. L’artista percorre lo spazio, lo osserva a fondo, attende la luce naturale giusta per operare. Il racconto che ne deriva è una sorprendente visione altra, rispetto a ciò che vede l’avventore frettoloso e distratto. Con un’attitudine immersiva, Gilli oltrepassa la soglia del visibile. Ciò che sorprende delle sue fotografie sono l’assoluto rigore e l’armonia compositiva degli oggetti nello spazio, che non sono messi in posa; non è allestito, infatti, alcun set fotografico in maniera intenzionale, ma ciononostante, l’artista riesce a scorgere e rivelare l’ordine nascosto delle cose, che con semplicità si offre alla sua visione e quindi al suo obiettivo. Con un sofisticato procedimento di astrazione, l’immagine diventa onirica, partendo da un dato reale, che può essere costituito da un fascio di fili elettrici ancora non sistemati a muro, o una mascherina metallica che contiene dei cavi. Nel biancore adamantino dell’ambiente, grazie alla sovraesposizione, tutto perde i contorni della realtà: anche i particolari oggettuali apparentemente più insignificanti acquistano un’importanza preminente nell’armonia compositiva che ci sospinge in altre dimensioni, rivelandoci la bellezza nascosta nelle pieghe del reale.

Si tratta di un modus operandi, al tempo stesso etico ed estetico, che si contrappone alle pratiche fotografiche correnti, focalizzate sul pieno e sull’eccesso, linguistico, semantico, cromatico e narrativo. Gilli pratica un’inversione di tendenza, intercetta e struttura una precisa architettura visiva, che invita alla pausa, all’ascolto, alla riflessione e alla introspezione. La trama con cui analizza il reale, si tesse di un ordito, in cui, il taglio fotografico trasforma i luoghi, gli oggetti e gli spazi del quotidiano in partiture visive senza tempo e senza spazio, azzerando così la superficialità delle abitudini visive e percettive e riuscendo ad indagare e ridare senso a parole abusate, come silenzio, vuoto, assenza. Segue la suggestione e l’interrogativo da cui parte la riflessione del fisico, filosofo e matematico James Owen Weatherall nel suo recente La fisica del nulla. La strana storia dello spazio vuoto: “La fisica delle cose è un territorio che abbiamo già percorso in lungo e in largo. Ma cosa sappiamo di tutto il resto? In altri termini, chiedendoci che cosa esiste e come si comporta, si pone tutta l’enfasi su metà della domanda, il qualcosa, e si ignora l’altra metà il nulla”.[1] Gilli pratica il medesimo spostamento paradigmatico e rovesciando il rapporto gerarchico tra figura e sfondo, conferisce al vuoto il primato all’interno dell’immagine, dischiudendo così un nuovo orizzonte di senso ed una inconsueta possibilità di visione, fino ad approdare alla considerazione che nello spazio il vuoto non è vuoto, ma soltanto una delle configurazioni visive possibili.

 

 

 

[1] James Owen Weatherall, La fisica del nulla. La strana storia dello spazio vuoto, ed. Le Scienze, Roma, 2019, p.11