TESTI CRITICI

Un musé après

L'anima del museo

Sophie Lévy

Direttrice conservatrice del Musée d'arts di Nantes

«Tuttavia, a che pro la meraviglia di trasporre un fatto di natura nella sua quasi scomparsa vibratoria, secondo il giuoco della parola, se non perché ne emani, senza il fastidio d’un prossimo o concreto richiamo, la nozione sola?

Io dico: un fiore! e, fuori dell’oblio ove la mia voce relega ogni contorno, in quanto qualcosa d’altro che i calici saputi, musicalmente si leva, idea autentica e soave, l’assente da ogni mazzo.» [1]

 

                                                                                                                                             Stéphane Mallarmé

 

 

Quando Luca Gilli è venuto a esporre a Nantes a partire dal 2012 alla galleria Confluence, il Musée des Beaux Arts aveva già avviato la trasformazione che l’avrebbe portato a diventare l’attuale Musée d’art. L’artista torna tra il 2014 e il 2016 a fotografare il cantiere. Anche se sono passati sei anni tra la chiusura e la riapertura del museo (dal 2011 al 2017), per poter ristrutturare completamente il palazzo del 1900, creare un nuovo seminterrato, costruire un ampliamento, e un edificio supplementare per ospitare la biblioteca e il gabinetto di arti grafiche, senza dimenticare la ristrutturazione della Chapelle de l'Oratoire, e se vari fotografi hanno documentato le diverse tappe di questo colossale lavoro architettonico, museografico e di collezioni, Luca Gilli è venuto a Nantes con un obiettivo proprio: utilizzare il luogo, guardarlo in un certo modo, prenderne o rivelarne qualcosa [2].

 

Scorrendo le immagini, non vi è dubbio che queste ventisei fotografie siano proprio opere di Luca Gilli. Vi si ritrovano quei luoghi-spazi-quadri, in cui nulla viene tolto, nulla aggiunto, ma attraverso le tecniche proprie della fotografia, l’inquadratura, la durata e l’intensità dell’esposizione, una forma pittorica (punto di vista, struttura, colore, equilibrio) si organizza con uno splendore meditato.

 

Per tutti coloro che, come me, non vivevano a Nantes quando è stato commissionato questo intervento, per tutti coloro che amavano vagare nelle gallerie nei numerosi anni prima della ristrutturazione, queste immagini assumono una dimensione misteriosa supplementare, un po’ come quando si scrutano i vecchi ritratti di una persona amata.

 

Il libro permette loro di prestarsi innanzitutto a un gioco visivo: tentare di ritrovare il luogo esatto dello scatto. Come un investigatore del passato, che sia cosciente della vanità della sua ricerca, l’occhio spia minuziosamente gli indizi. La fotografia #0681, per esempio, rappresenta, viste dal patio, le arcate del lato ovest, le uniche che possono lasciar intravedere la brillantezza della luce del giorno che entra da dietro, nel punto dell’apertura verso l’ampliamento.

 

L'immagine #0768, innegabilmente scattata in una delle sale del piano terra, non lascia capire quale, ma qualcosa di essenziale sullo spirito di queste sale storiche che, fino al 1986, erano quelle della biblioteca della città. Altre ancora, come la #7466 o la #7758, navigano tra bellezza fantomatica e stranezza: a che diavolo potevano servire quelle strane campiture di colore che vanno curiosamente a spezzare le modanature? Altre infine possono essere lette come un omaggio all’intervento museografico dell’équipe di architetti Stanton & Williams: la #6914 evoca l’eleganza immateriale dell’ascensore a vetri del Palazzo, mentre la #3914 e la #3877 rendono conto degli elementi museografici costruiti dagli architetti per determinate sale.

 

Ma la maggior parte rimane del tutto indecifrabile. Grazie a loro, il visitatore-lettore si ricrede: il tema di questa raccolta non è il Musée des Beaux Arts di Nantes, né il Musée d'arts, e di certo non Nantes. Di fatto, nessun testo, nessun’opera, nessuna persona abitano questi spazi, a loro volta volontariamente fotografati durante lo svolgimento dei lavori. Se i luoghi e le date degli scatti non fossero stati debitamente annotati dall'artista, se non fossi qui per testimoniarlo, rare sarebbero le persone capaci di situarli. E tuttavia l’insieme non disegna, come le immagini descritte da Quentin Bajac in Blank «un’architettura senza qualità»[3]. Questo cantiere ha una maniera molto particolare di evocare la propria funzione.

 

Innanzitutto, alcune immagini mettono in scena le stigmate di un museo del passato o del futuro: la panca di velluto, le aste per appendere i quadri, il pavimento, le modanature che costeggiano grandi spazi, il biancore stesso dei muri. Altre sono invece pure astrazioni in cui si equilibrano sfumature di bianco, volumi, piani di colore, superfici, linee, tracce. Ma in un caso come nell’altro, la loro bellezza ne fa opere d’arte che rappresentano il luogo in cui potrebbero essere appese, in una curiosa inversione.

 

In questo, ci ricordano che uno dei grandi compiti dell’arte e dei musei, è l’incontro tra una certa disposizione dello spazio, un’opera, e la percezione dello spettatore. Qui le opere non ci sono più, ma lo spazio ne conserva la presenza vibratoria: alza gli occhi quando si entra, o attraverso la grazia dell’obiettivo di Luca Gilli, siamo noi ad alzare gli occhi su di lui.

 

[1]    Stéphane Mallarmé, Prefazione al Trattato del verbo di René Ghil, in Opere, 1963, p. 405.

[2]    Alcune di queste immagini sono state esposte in due occasioni a Nantes. Nell’ottobre-novembre 2016 all'Atelier, in occasione di una mostra organizzata dalla Société des Amis du Musée des Beaux-Arts, Luca Gilli è stato invitato a presentare una selezione della sua serie «Un Musée après». Simultaneamente (28 ottobre-23 dicembre 2016), ha presentato altre fotografie della stessa serie alla galleria Confluence, in rue Richebourg a Nantes.

[3]    Quentin Bajac, «Le camere bianche», in Blank. Luca Gilli, Reggio Emilia, Planorbis, 2011, p. 13