TESTI CRITICI

Samsara

Michel Quétin

Fotografo, storico dell'arte, conservatore generale onorario del patrimonio - Archivi nazionali di Francia

La fotografia è il fotografo stesso e, quando questi è un naturalista qualificato, bisogna il più delle volte aspettarsi di vedere nelle sue foto dei paesaggi naturali, in ogni caso delle immagini di natura. Il primo libro di Luca Gilli, Silenzi di forme, in effetti ci mostra un mondo poetico completamente in bianco e nero. L’occhio vi passeggia come per incanto, lasciando a questa parola tutta la varietà di impressioni che vanno dalla calma alla malinconia. Talvolta vi troviamo il sonno della natura, ma non la sua morte: in esso la primavera rifiorisce.

 

Ma eccoci, una decina di anni più tardi, davanti a 15 immagini a colori realizzate da quello stesso fotografo, Luca Gilli, e intitolate Samsãra. Noi entriamo in esse progressivamente, come nel mondo del sogno, ma di un sogno a occhi aperti. Il racconto potrebbe farsi strada in noi e Perrault (1) ci potrebbe guidare? No, non è così. Tuttavia siamo in un mondo artificiale, intriso di cultura, di letteratura e di grafica. Forse Le Roi des Aulnes (2) non è lontano, ma vi si aggiungono delle reminescenze moderniste di Nadja o de L’Amour fou di André Breton, che vedeva nelle nubi evocate da Charles Baudelaire, nel suo primo poema Spleen de Paris, «i punti di sospensione tra cielo e terra». Con le immagini di Samsãra noi non siamo a Brocéliande (3), ma in Patagonia. Quelle sfilacciature di un verde tenero, talvolta acido, talaltra tendente al giallo, non costituiscono una cornice a delle forme silenziose e calme. Samsãra è un teatro nel quale si svolge una battaglia, un “combattimento” in cui si affrontano alberi guerrieri.

 

Lasciamo il nostro immaginario, nel quale avevamo creduto rifugiarci, forse per abitudine o per atavismo puerile. Qui siamo in un altro percorso, davanti ad un’opera del nostro tempo. Pur trattandosi di fotografie scattate in Patagonia, della quale conservano delle tracce, esse appartengono totalmente al loro autore, che le ha scattate, portate dentro di lui, che le ha lavorate, modellate e presentate. Niente qui è dato al caso. Il titolo stesso, Samsãra, è stato scelto francamente, beneficiando, a quanto pare, del consenso dei familiari dell’autore. Ora, questo termine, che esiste in certe filosofie e religioni orientali (il buddhismo, l’induismo, il giainismo, il sikhismo), designa, per semplificare, il ciclo delle vite, di rinascita in rinascita, ciò che il pensiero occidentale chiamerebbe, semplificando ancora, la reincarnazione. Queste immagini sono dunque una traduzione formale e artistica di ciò che Luca Gilli ha provato e che desidera comunicare, lui che è particolarmente sensibile alle manifestazioni della natura e alle loro rappresentazioni.

 

Fin dal suo avvento, la fotografia è un mezzo individuale di espressione particolarmente efficiente. Luca Gilli lo sa bene e si serve degli sviluppi più attuali. In altre situazioni, davanti ad altri «motivi» naturali, questo fotografo ha indubbiamente ottenuto degli effetti sorprendenti; l’«esagerazione iperreale» di programmi matematici potenti gli permettevano di esaltare in particolare la precisione delle immagini, al fine di rendere visibili certe sensazioni che conducono fino ad una «vertigine» liberatoria. Ma qui, con Samsãra, comunicare il sentimento dei cicli mutevoli si adatta meglio a una certa permanenza dei colori ambientali, mentre gli elementi protagonisti, testimoni di un continuo rinnovamento, si sono mossi e si torceranno incessantemente.

                                                               

Luca Gilli si è dato un mondo proprio, che d’altronde la sua pratica fotografica ha contribuito a modificare. Mentre, fino a metà degli anni 2000, le sue fotografie rimanevano ancora “fedeli” ad un’osservazione certamente molto immaginativa di ciò che lo circondava, e particolarmente della natura di cui aveva acquisito una conoscenza scientifica, quelle fotografie divennero poi un mezzo per tradurre dei sentimenti, perfino delle sensazioni che avevano accompagnato intimamente la sua visione. Non è esagerato suggerire che il lavoro fotografico di Luca Gilli è ormai sotteso da pensieri la cui traduzione sembra ispirarsi a leggende e miti fondatori. Probabilmente questa evoluzione è stata parzialmente favorita dalla versatilità e dalla dematerializzazione dovuta alle nuove tecniche. Modelli matematici hanno così potuto accentuare i rilievi montagnosi islandesi, le variazioni artificiali dei colori hanno potuto snaturare gli spazi oppure qui, in Samsãra, trasformare la foresta in campo di battaglia del Quattrocento.

(1) Autore francese delle celebri favole del XVII secolo.

(2) Celebre personaggio malefico del poema tedesco scritto da Goethe nel 1782 e messo in musica da Schubert.

(3) Foresta bretone del leggendario ciclo arturiano.